ALICE ANDREOLI
Testi Critici




TRANDISCIPLINARY DIALOGUES BETWEEN HUMANS


“PER UN’ICONOGRAFIA DELL’OBLIO

Scrivere recensioni per mostre d’arte oggi non è semplice, tale è l’horror vacui che la società liquida, di cui ha scritto Bauman, si fa portatrice. Un non-sense che, nelle arti visive, si esempla sul paradosso, sull’essenza del pensiero, sul gioco fine a se stesso, portando a sintesi ardite tutto ciò che le Avanguardie artistiche  hanno annunciato ma anche espresso e codificato, nel secolo scorso. Il rischio della memoria attuale è quello - a mio avviso – che non abbia le necessarie altezze per una memoria futura; e che non lasci tracce visibili a consolidare una base estetica ben riconoscibile, congrua alla società del post-moderno, sembra invece che si lancino strali di effimera bellezza destinati a fiammeggiare nei cieli della storia: meteore di luce che apparentano l’esperienza dei grandi artisti a quelle dei giovani, ma anche a quella dei “diversamente grandi” a quella dei semplici attivi emergenti, e che legano l’esperienza di Alice Andreoli e Lina Annabel Märkl a un presente visivo che però volge lo sguardo a un progetto che non ha il respiro emotivo dell’eternità, quell’anelito dell’immortalità visiva a cui le opere e i loro artisti debbono necessariamente aspirare.
Questa mancanza di progetto è frutto di una mancanza dell’ ”oggi”, se non sul suo versante telegenico e contraddittorio e nel suo navigare a vista da homo videns, come dice Sartori; sono quelle sabbie mobili a cui siamo costretti da tempi diafani che ci legano al nostro presente con fili sottili. La fragilità è la chiave di lettura che io darei a questa bella bi personale, nella quale le curatrici  Orsolea Barozzi e Giulia Mazzorin, individuano come file rouge della mostra, la grafia, l’espediente del personale, il gradiente estetico e – non per ultimo – la raffinata ricerca. Le due artiste, figlie di questo presente umbratile, ci restituiscono un’istantanea di una società , nella quale, la complessità, ci aiuta a tratteggiare un orizzonte sfaccettato. La dimensione altra (forse la quarta quella dell’etere) costringe le artiste a cercare dentro di sé, in una operazione di recupero archeologica di una identità artistica e così riaffiorano statue acefale, gladiatori romani, immagini zoomorfe e antropomorfe, assieme a linearismi esasperati e immagini archetipiche, retaggio di un inconscio che emerge prepotentemente su un fluido del conscio.
La mistura dei colori porta a mescerli tutti o nella forma primaria del pigmento o, per contro, nessuno, con quel monochrome che ingentilisce la grande stagione della grafica del Novecento. Sacro e profano poi, privi della loro apparente alterità, asservono a una logica di costruzione delle iconografie che mordono l’attualità fino a farla virare verso il simbolismo macabro, la mistica scevra del rigorismo religioso e la pura forma, figlia di un’arte concettuale che qui è frammista alla pop art. Il coraggio però del gesto e la potenza del segno, precedono come sempre il linguaggio, lasciando delusi nella visione puramente artistica, ma riccamente colpiti nello spirito, per un’arte che è puro godimento e per un’iconografia che si gemma dall’oblio in un riflesso che non è altro che sé stesso.


Francesca Di Gioia
Storico dell’Arte


Radio Baghdad 2017 - 2013.
A quattro anni di distanza dalla mostra Radio Baghdad -scatolabianca project room @ Galleria delle Cornici- Alice Andreoli ripercorre a ritroso il cammino della sua ricerca artistica proponendo una serie di opere realizzate tra il 2013 e il 2017. La mostra RADIO BAGHDAD 2017 – 2013 vuole essere un’indagine filologica della ricerca artistica di Andreoli, una traccia temporale tra il segno e il gesto pittorico di tele dipinte per la mostra del 2013 e quelle di nuova costruzione, una rinnovata mappatura e abitazione degli spazi della Galleria delle Cornici.

 

Dal comunicato stampa della mostra del 2013, di Martina Cavallarin:

Radio Baghdad è un brano scritto da Patty Smith nel 1974, di getto nel suo studio assieme al compagno Oliver Ray in cui immagina una mamma irachena che canta una ninna nanna al figlio una notte mentre cadono le bombe. Patty Smith canta del dolore e delle follie del mondo con una profondità e un’energia struggenti. Con la sua voce, rabbiosa, febbrile, dolente, la cantautrice americana incarna una delle figure femminili più dirompenti della storia del rock.

 

La pittrice Alice Andreoli ha invece nella mano l’intelligenza dell’artista. L’accento gestuale tagliente, i tratti e i colori distribuiti sulla tela per disegnare racconti monografici di cori per voci sole, lo spirito di immedesimazione in una generazione e nell’umanità intera, il modo in cui descrive l’universo che le ruota intorno sono gli strumenti di un’arte flessa come modularità distoniche per non soccombere a tanta esistenziale sofferenza. Tali caratteristiche distintive della giovane pittrice padovana, avvicinabile per vibrazione e sensibilità alla grande cantante internazionale, mi hanno fatto pensare al titolo Radio Baghdad come a un modo per legare questo nuovo ciclo di opere, nonostante nella temperatura della cantante ci siano più variabili preposte alla tristezza mentre nelle tele di Andreoli risuoni una certa mestizia, una rabbia sussurrata e un atteggiamento a volte dissacrante e disilluso. In entrambi i casi la consapevolezza alimenta l’atteggiamento artistico; le testimonianze di Alice Andreoli si rifanno a fatti di cronaca resi meno evidenti e meno reali da immaginari onirici, nomi latini, incursioni di elementi spiazzanti che decontestualizzano i singoli episodi per porli sotto la traccia di un respiro universale e cosmico. Quello che traspare sono un’affezione dell’artista verso il soggetto rappresentato, quasi un cullarlo nel transitare verso un destino già dichiarato e inespugnabile e irreversibile, un atteggiamento materno e protettivo anche se sempre fieramente e consapevolmente accettato, come fosse una pagina di storia scritta, un verdetto inoppugnabile, una trama qualsiasi di una vita qualsiasi, la nostra.

Martina Cavallarin


Radio Baghdad è un brano scritto da Patty Smith nel 1974, di getto nel suo studio assieme al compagno Oliver Ray in cui immagina una mamma irachena che canta una ninna nanna al figlio una notte mentre cadono le bombe. Patty Smith canta del dolore e delle follie del mondo con una profondità e un’energia struggenti. Con la sua voce, rabbiosa, febbrile, dolente, la cantautrice americana incarna una delle figure femminili più dirompenti della storia del rock.

La pittrice Alice Andreoli ha invece nella mano l’intelligenza dell’artista. L’accento gestuale tagliente, i tratti e i colori distribuiti sulla tela per disegnare racconti monografici di “cori per voci sole”, lo spirito di immedesimazione in una generazione e nell’umanità intera, il modo in cui descrive l’universo che le ruota intorno sono gli strumenti di un’arte flessa come modularità distoniche per non soccombere a tanta esistenziale sofferenza. Tali caratteristiche distintive della giovane pittrice padovana, avvicinabile per vibrazione e sensibilità alla grande cantante internazionale, mi hanno fatto pensare al titolo Radio Baghdad come a un modo per legare questo nuovo ciclo di opere, nonostante nella temperatura della cantante ci siano più variabili preposte alla tristezza mentre nelle tele di Andreoli risuoni una certa mestizia, una rabbia sussurrata e un atteggiamento a volte dissacrante e disilluso. In entrambi i casi la consapevolezza alimenta l’atteggiamento artistico; le testimonianze di Alice Andreoli si rifanno a fatti di cronaca resi meno evidenti e meno reali da immaginari onirici, nomi latini, incursioni di elementi spiazzanti che decontestualizzano i singoli episodi per porli sotto la traccia di un respiro universale e cosmico. Quello che traspare sono un’affezione dell’artista verso il soggetto rappresentato, quasi un cullarlo nel transitare verso un destino già dichiarato e inespugnabile e irreversibile, un atteggiamento materno e protettivo anche se sempre fieramente e consapevolmente accettato, come fosse una pagina di storia scritta, un verdetto inoppugnabile, una trama qualsiasi di una vita qualsiasi, la nostra.

La mostra si avvale di due grandi dipinti di formato verticale, ACTAEON e BERZERKER realizzati negli ultimi mesi, in cui il protagonista maschile è circondato da demoni sotto forma di animale, teschio, pericolo urbano, mentre il volto è sempre negato e il tappeto di fiori è una speranza che permane nonostante. In CTHULHU e in ENDIMIONE il transfert ha una variabile più propensa al mitologico, al letterario e l’atto d’immedesimazione tra essere umano e vegetazione raggiunge i tratti di una mutazione in un dio pagano o un eroe post litteram, ancora una volta la maniera dolce e disincantata di Alice Andreoli per dipingere, raccontare, resistere.

Martina Cavallarin


Waiting for Kronos
è la seconda personale di Alice Andreoli a scatolabianca project room di Venezia. La mostra anticipa di pochi giorni la prima esposizione di Alice Andreoli in Germania nata grazie all’esposizione di Lucia Lamberti in questa stessa nostra sede - settembre 2011 - al suo ritorno da una residenza a Lipsia e che ha visto la gallerista della art gallery leipzig quale visitatrice in vista di un’esposizione di Lamberti nel suo spazio tedesco. Si è creata in questo modo un’interessante occasione internazionale anche per l’artista padovana. Tale processo è la direzione e il senso di scatolabianca, piattaforma culturale atta ad innestare dialoghi, provocare accadimenti, germinare nuove esperienze di crescita e di espansione del senso. Per questa mostra tanto significativa del percorso professionale di Alice Andreoli la volontà della direttrice artistica di scatolabianca Martina Cavallarin è stata quindi quella di essere affiancata sul piano curatoriale dalla giovane e brava critica bolognese Simona Gavioli, già impegnata con Andreoli in qualità di curatrice del Premio Zingarelli Rocca delle Macie, I edizione vinta dalla nostra artista, e seguita poi da una personale inaugurata in occasione dell’anniversario di SpazioBlue diretto da Gavioli ed accompagnata da un catalogo editato e prodotto dai fautori del Premio, i Signori Zingarelli.

“Se tu conoscessi il tempo come lo conosco io non oseresti parlarne con tanta disinvoltura; lui è un signor Tempo” il Cappellaio Matto ad Alice. Il tempo di Alice in Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll è il tempo delle gesta che si compiono nel presente, è un tempo variabile, fisico, ciclico, concreto, contingente, attuale e accidentale. Un tempo quotidiano fatto di giorni che si svelano tra frenesia e lentezza, abitudini e consuetudine, tra mobilità e equilibrio. Il tempo di Alice è Kronos. Un tempo che esiste solo nel presente, dove passato e futuro sono unicamente dimensioni relative al “qui e ora”. Diverso è invece il Tempo del Cappellaio, il suo è il Tempo dell’arte: è Aion per il quale esistono solo passato e futuro; c’è sempre qualcosa di già accaduto o che sta per accadere, per lui, infatti, “è sempre l’ora del tè”. Aion è il tempo incorporeo e spirituale, il cui esistere non dipende dal compiersi dell’azione ma dalle azioni autentiche. Questi rappresenta l’infinito e il continuo divenire e raffigura l’opera d’arte come un evento creativo in cui l’azione si prolunga all’infinito. L’arte, inimitabile e unica, ma riproducibile, ripresentando illimitatamente la stessa azione, è dinamica nel suo essere statica e durevole in eterno, vive nell’Aion. Secondo Deleuze: “Aion si estende in linea retta illimitato nei due sensi. Sempre già passato e eternamente ancora da venire, Aion è la verità eterna del Tempo; pura forma vuota del Tempo […] è il presente senza spessore, il presente dell’attore, del ballerino e del mimo puro momento perverso. È il presente dell’operazione pura e non dell’incorporazione. Secondo Aion soltanto il passato e il futuro insistono e sussistono nel tempo. Invece di un presente che riassorbe il passato e il futuro, un futuro e un passato che dividono ad ogni istante il presente, che lo suddividono all’infinito in passato e futuro, nei due sensi contemporaneamente”. Possiamo argomentare, quindi, che il compiersi di un’opera d’arte avviene in Kronos ma il suo completamento/adempimento, la sua forma e durata eterna insieme alla sua essenza e anima sono in Aion.

I nuovi lavori di Alice Andreoli sono in Kronos, per lei come per Deleuze “soltanto il presente esiste nel Tempo” seppure nelle opere alberga la speranza di eternità che le lega ad Aion. Quondam, nunc et semper, è il filo conduttore del nuovo ciclo di dipinti, questi fanno parte di un presente sensibile (proprio quello percepito dai sensi) dove il passato è ciò che resta dell’azione di un corpo o della sua passione mentre il futuro è la medesima azione in stand-by che si proietta su un altro corpo per compiersi. La storia, in fondo, si ripete ed è sempre quella. I dipinti di Andreoli ripropongono miti greci inglobati nella cultura latina, corpi con significato, landscape con memoria che si compenetrano con personaggi della mitologia o del folklore tra Andromeda e Proserpina, Gog e Magog, tra Euthalia e Berzerker. Una Proserpina, specchio della mancata libertà dell’individuo, viene calata nella realtà attuale dove i demoni trascinano le conquiste della donna e il mondo femminile nel buio dell’irrazionalità e dell’esclusione. La storia si ripete, i demoni oggi non ci sono più ma esistono gli orchi, i malfattori, i malvagi, i reietti, e altre figure poco rassicuranti che perseguitano le nostre esistenze. Nella precedente produzione di Alice, le persone sembravano smarrite e disorientate in un mondo dove l’apparire era più importante dell’essere e dove il tatuaggio sembrava essere il segno distintivo di una generazione. Il corpo era il protagonista ed era il “il luogo concentrico dove cominciava, o ricominciava, l'enigma della parola" o “il campo intersemiotico in cui, prima o poi, si incontravano e si sovrapponevano tutti i segni possibili”. Adesso c’è una dilatazione dei problemi e del senso d’oppressione a cui l’individuo è condannato. La dimensione del condizionamento sociale è cosmica, gonfiata, accresciuta, spalancata e lo si nota dalla rappresentazione della natura che in lavori come “Euthalia” non è più rassicurante e incoraggiante ma opprimente e quasi insopportabile. Inversione di tendenza, quindi, non più corpi tatuati o trafitti da piercing, i nostri ragazzi underground sono cresciuti, il loro corpo è coperto e non mostra più segni di identificazione visibili. L’attenzione si è spostata dall’immagine al concetto. Il corpo viene smembrato o privato del volto per diventare un elemento costitutivo del paesaggio circostante, ma non per questo si sottrae ad un destino di alienazione dalla realtà. Il copione è sempre lo stesso e non cambierà. Ciò che è cambiato sta nel presente/Kronos, i ragazzi sono cresciuti e ora attingono ad Aion per costruirsi un’eternità perfetta.

Simona Gavioli


Personal
è un’esposizione a lungo raggio, una mostra in cui Alice Andreoli racconta il suo percorso artistico attraverso lavori che vanno dal 2008 al 2010. La giovane artista padovana è una pittrice dal segno incisivo e pertinente, una narratrice di emozioni e mondi espressi attraverso uno sguardo disincantato e sospeso al tempo stesso che esplicita speranze, malesseri ed atteggiamenti della nuova generazione alla quale lei stessa appartiene. Nell’immaginario pittorico di Andreoli ricorrono suggestioni di un universo giovanile stridente e spigoloso, complesso, ambientazioni post punk determinate da logo, piercing, tatuaggi e riflessioni introspettive tra tracce di pennello precise e campiture espressioniste di matrice anglosassone. Andreoli è un’artista che usa mano e pennelli come fossero una macchina fotografica, sommando sapienza e velocità alternate a campiture appena accennate, dripping concesso con sapienza, quasi a voler sottolineare attraverso il cambio di tecnica quali sono i tempi che servono, i battiti necessari, le tracce simboliche più personali e seducenti. La sua opera traduce la conciliabilità tra mondi mediante una pittura figurativa che esprime categoricamente la dimensione del soggetto e sopravvive sul filo della memoria di un intero “genere” in quanto appartenenza, inclinazione, gusto e segno.

Personal si svolge in concomitanza con un’altra esposizione personale di Alice Andreoli negli spazi di Dreamfactory di Milano.

Martina Cavallarin


Alius et Idem. Dopo il successo ottenuto alla I°edizione del Premio di Pittura Zingarelli-Rocca delle Macie aggiudicandosi il 1° premio con l’opera “PER ASPERA AD ASTRA”, Alice Andreoli approda sotto le due torri con la sua prima personale bolognese per raccontarci l’esclusiva visione sul popolo underground. Rocca delle Macìe continua la promozione ed il sostegno dell’artista vincitrice del Premio giovedi 9 Giugno 2011 ore 19.30, con la mostra “Alius et Idem”–Tracce di uguaglianza nella diversità– a cura di Simona Gavioli presso SpazioBlue via Gandino 3, Bologna

Alius et Idem _tracce di uguaglianza nella diversità_ racconta il rapporto tra la comunità e la nuova tendenza di comunicazione che con il tatuaggio e il piercing passa attraverso il corpo ridefinendolo come nuovo luogo di sperimentazione e d’evoluzione continua.

Verranno esposte opere significative del percorso dell’artista e l’opera vincitrice del Premio Zingarelli-Rocca delle Macìe 2010. “Il corpo, quindi, funziona come una specie di diario aperto, ma anche come una carta di identità con scritte, a chiare lettere, le proprie referenze”. (David Le Breton)

Carpe Koi, elfi, angeli alati, dragoni e serpenti, fiori di ciliegio, farfalle, stelline, geishe, simboli tribali e ancora disegni maori, rose,pugnali, cuori sacri e pin up. Non importa quale sia il soggetto o la scuola di pensiero, quale la motivazione o lo status nel momento in cui si è fatto, se rappresenta una cosa magica o un simbolo di appartenenza, se di religione o una forma di punizione, se viene scelto in nome della memoria o solo per bellezza. La verità è che il tatuaggio è ormai diventato parte di noi, una pelle della quale non ci si può più liberare, un vestito che si evolve e cambia incessantemente che indosseremo per sempre e rimarrà con noi tutta la vita imponendosi come messaggio importante nella nostra esistenza. Secondo Proust “il corpo è il luogo che occupa a ogni risveglio e al quale non può sfuggire”, per Foucault è “il luogo assoluto, la spietata utopia, il suo carcere”. Secondo Abdelkébir Khatibi - "il corpo è il luogo concentrico dove comincia, o ricomincia, l'enigma della parola". Per questa ragione, il corpo è il campo "intersemiotico" in cui prima o poi si incontrano e si sovrappongono tutti i segni possibili. La pelle è ormai diventata un foglio bianco sul quale scrivere per acquistare un’identità unica che sembra esserci stata estirpata dalla società delle omologazioni, da chi ci vuole sempre uguali ad altri, da questa nuova Era che pare farci diventare numeri senza remissioni. “La nostra pelle racchiude il corpo” così come afferma Le Breton e crea la frontiera tra side e inside delineando i limiti del sé in quel confine vivente che ci apre al mondo. Quella stessa che ci avvolge, ci personifica e ci contraddistingue con il colore, la consistenza e la morbidezza e che, con i nei, le cicatrici e le particolarità disegna un territorio inimitabile. Abbiamo un archivio di tracce addosso che chiariscono la nostra personale storia, a volte ce le troviamo dalla nascita altre invece le aggiungiamo deliberatamente creando segni d’identità, come il tatuaggio e il piercing. Questa superficie che mostriamo è il dietro alle quinte del nostro teatro, è la nostra barriera, la custodia narcisistica che ci protegge dal caos e ci allontana dalla nostra personalità avvicinandoci a ciò che vorremmo essere. Se l’uomo moderno disponeva di un’identità più inamovibile e fondata sulla tradizione, l’uomo post-moderno si pone il problema di assumere stili di vita continuamente modificabili, poiché la scelta di una modalità non è definitiva e si può sempre rettificare cercando di plasmare e ricreare un nuovo disegno corporeo che attraverso l'esperienza del dolore (da ago) e della trasformazione, cambi la propria esistenza. E’ con il dolore e per il dolore che sfuggiamo alla nostra condizione attuale cercando di ribellarci per mostrare al pianeta, tutto, la capacità che abbiamo di essere unici nel cosmo, sottolineando la nostra individualizzazione che passa dal corpo e attraverso il corpo, segnandoci e scrivendoci per cambiare vita. Ed è partendo dalla traccia che Alice Andreoli costruisce il suo racconto visivo dalla trama incerta della nostra società, dove letture diverse e soggettive si intersecano creando la rete della comunità contemporanea. Figure apparentemente stabili in contesti instabile che camminano su piani ambigui e poco rassicuranti facendoci scontrare con atmosfere caotiche e patinate. Alice indaga l’ambiente underground, “cercando segni distintivi nella trasgressione” come lei stessa spiega, “soggetti tormentati” di forte impatto che “denunciano una fragilità interiore dietro questa apparente aggressività estetica.” È la nuova generazione che spicca nelle sue opere, quei giovani a cavallo tra i venti e i trenta che vivono la condizione di perdita d’identità in un mondo fatto di immagine e look. Con la pittura ci racconta la condizione interiore del nostro quotidiano,delle esperienze che ci provano, della sopravvivenza che ci attraversa, con il suo pungente pennello sferra battaglie esistenziali ponendoci di fronte ad un racconto che spesso è anche il suo.

Si, perché Andreoli è i suoi quadri, è l’anima raschiante dalla voce profonda che vuole lanciarci un grido, un urlo lancinante e intenso che brama di essere udito. I personaggi delle sue storie siamo noi, con sfondi paesaggistici sgocciolanti di colore, con lacrime sanguinanti dai toni cromatici che spaziano dalle tonalità dei grigi ai blu o ai rossi, con fori nell’anima che chiede di ricongiungersi con la propria pelle. Merleau-Ponty disse: "Nel fondo immemorabile del visibile qualcosa si è mosso, si è acceso, invade il suo corpo e tutto ciò che ella dipinge è una risposta a questa sollecitazione, la sua mano non è che lo strumento di una lontana volontà” allora Alice Andreoli con le sue opere lotta consapevolmente per ottenere l'attenzione del nostro sguardo, dipinge rispondendo al richiamo, alla sollecitazione e alla sfida che proviene dal mondo del visibile intorno a noi.

Simona Gavioli


Costretti a sanguinare
è un romanzo di Marco Philopat. Trent'anni dopo la nascita del punk, questo libro è il piú bel romanzo sul movimento che piú di ogni altro ha segnato un passaggio d'epoca, influenzando da allora l'estetica e il modo di vivere. Costretti a sanguinare è uno smagliante frammento di etica metropolitana per ribelli di ieri e di oggi. Legata profondamente a questo immaginario underground che tanto appartiene alla sua generazione, la personale di Alice Andreoli nello spazio di Dreamfactory è una mostra potente ed energetica, dolce e amara per i temi suggestivi e sempre contemporanei che coinvolgono tutti i giovani, di ieri e di oggi. Nell’immaginario pittorico della giovane artista padovana ricorrono suggestioni di un universo giovanile stridente e spigoloso, complesso, ambientazioni post punk determinate da logo, piercing, tatuaggi e riflessioni introspettive tra segni di pennello precisi e campiture espressioniste di matrice anglosassone. Andreoli è un’artista che usa mano e pennelli come fossero una macchina fotografica, sommando sapienza e velocità alternate a campiture appena accennate, dripping concesso con sapienza, quasi a voler sottolineare attraverso il cambio di tecnica quali sono i tempi che servono, i battiti necessari, le tracce simboliche più personali e seducenti. La sua opera traduce la conciliabilità tra mondi mediante una pittura figurativa che esprime categoricamente la dimensione del soggetto e sopravvive sul filo della memoria di un intero “genere” in quanto appartenenza, inclinazione, gusto e segno. Costretti a sanguinare è un’esposizione che riflette una temperatura culturale slittando continuamente tra la trasformazione di modelli e forme attraverso una prospettiva obliqua che senza sbandierare problematiche demagogiche affronta con intelligenza disagi, stati esistenziali e malesseri. Le opere di Alice Andreoli rappresentano in questo senso un lungometraggio narrativo importante e significativo nella realtà della giovane pittura italiana contemporanea.

Martina Cavallarin


Alice Andreoli
lavora con la pittura per indagare un universo giovanile estremamente spigoloso, complesso, un mondo fatto di look, logo, piercing, tatuaggi e riflessioni introspettive tra segni di pennello precisi e campiture espressioniste. La sua pittura è cosciente di tutte le conquiste effettuate dalle avanguardie e compie un passo in avanti rispetto al senso della superficie, disponendo l’immagine attraverso una visione trasversale. La figura umana è compressa in un particolare disposto in un campo visivo ridotto e successivamente amplificato attraverso segmenti e porzioni di colore che appaiono quasi sovrapposti e che introducono elementi tatuati sulla tela quanto sui brani anatomici dei soggetti rappresentati. La pennellata di questa giovane artista accentua la forza del segno senza necessitare di forzature mentre le superfici monocrome sul fondo del quadro riportano a una strategia energetica. Andreoli nutre le sue opere con frammenti del suo quotidiano, con gesti che appartengono alla sua generazione e srotola la vita di tutti i giorni attraverso colori che vanno dal grigio al blu, al bianco e al rosso per attraversare completi e vasti spazi cromatici laddove il tratto si fa più preciso, quasi maniacale. In questo senso è un’artista che usa il pennello come fosse una macchina fotografica, sommando sapienza e velocità alternate a campiture appena accennate, quasi a voler sottolineare attraverso il cambio di tecnica quali sono i tempi che servono, i battiti necessari, le tracce simboliche più personali e seducenti. La sua opera traduce la conciliabilità tra universi mediante una pittura figurativa che esprime categoricamente la dimensione del soggetto e sopravvive sul filo della memoria di un intero “genere” in quanto appartenenza, inclinazioni, gusti e segni. Andreoli da tutto questo attinge e si ritrae mentre, nell’invenzione del quadro, svela il suo orizzonte inaccessibile, nascosto, bruciante. Nella sua opera l’immagine è sempre lampante, svela l’idea iniziale focalizzandosi sul particolare. La temperatura culturale si incrocia e si fonde in un eclettismo composito che spinge in varie direzioni, una calibrata aggregazione di elementi che slittano senza perdere mai il senso. I quadri di Andreoli rappresentano un lungometraggio narrativo importante e significativo nella realtà della giovane pittura italiana contemporanea.

Martina Cavallarin

 


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