SPAZIOBLUE
09/06/11 > 31/08/11 - Bologna
La mostra racconta il rapporto tra la comunità e la nuova
tendenza di comunicazione che con il tatuaggio e il piercing passa attraverso il
corpo ridefinendolo come nuovo luogo di sperimentazione e d'evoluzione continua.
"Il corpo, quindi, funziona come una specie di diario aperto, ma anche come una
carta di identità con scritte, a chiare lettere, le proprie referenze". (David
Le Breton)
Carpe Koi, elfi, angeli alati, dragoni e serpenti, fiori di ciliegio, farfalle,
stelline, geishe, simboli tribali e ancora disegni maori, rose, pugnali, cuori
sacri e pin up. Non importa quale sia il soggetto o la scuola di pensiero, quale
la motivazione o lo status nel momento in cui si è fatto, se rappresenta una
cosa magica o un simbolo di appartenenza, se di religione o una forma di
punizione, se viene scelto in nome della memoria o solo per bellezza. La verità
è che il tatuaggio è ormai diventato parte di noi, una pelle della quale non ci
si può più liberare, un vestito che si evolve e cambia incessantemente che
indosseremo per sempre e rimarrà con noi tutta la vita imponendosi come
messaggio importante nella nostra esistenza.
Secondo Proust "il corpo è il luogo che occupa a ogni risveglio e al quale non
può sfuggire", per Foucault è "il luogo assoluto, la spietata utopia, il suo
carcere". Secondo Abdelkébir Khatibi - "il corpo è il luogo concentrico dove
comincia, o ricomincia, l'enigma della parola". Per questa ragione, il corpo è
il campo "intersemiotico" in cui prima o poi si incontrano e si sovrappongono
tutti i segni possibili. La pelle è ormai diventata un foglio bianco sul quale
scrivere per acquistare un'identità unica che sembra esserci stata estirpata
dalla società delle omologazioni, da chi ci vuole sempre uguali ad altri, da
questa nuova Era che pare farci diventare numeri senza remissioni. "La nostra
pelle racchiude il corpo" così come afferma Le Breton e crea la frontiera tra
side e inside delineando i limiti del sé in quel confine vivente che ci apre al
mondo. Quella stessa che ci avvolge, ci personifica e ci contraddistingue con il
colore, la consistenza e la morbidezza e che, con i nei, le cicatrici e le
particolarità disegna un territorio inimitabile. Abbiamo un archivio di tracce
addosso che chiariscono la nostra personale storia, a volte ce le troviamo dalla
nascita altre invece le aggiungiamo deliberatamente creando segni d'identità,
come il tatuaggio e il piercing. Questa superficie che mostriamo è il dietro
alle quinte del nostro teatro, è la nostra barriera, la custodia narcisistica
che ci protegge dal caos e ci allontana dalla nostra personalità avvicinandoci a
ciò che vorremmo essere. Se l'uomo moderno disponeva di un'identità più
inamovibile e fondata sulla tradizione, l'uomo post-moderno si pone il problema
di assumere stili di vita continuamente modificabili, poiché la scelta di una
modalità non è definitiva e si può sempre rettificare cercando di plasmare e
ricreare un nuovo disegno corporeo che attraverso l'esperienza del dolore (da
ago) e della trasformazione, cambi la propria esistenza. E' con il dolore e per
il dolore che sfuggiamo alla nostra condizione attuale cercando di ribellarci
per mostrare al pianeta, tutto, la capacità che abbiamo di essere unici nel
cosmo, sottolineando la nostra individualizzazione che passa dal corpo e
attraverso il corpo, segnandoci e scrivendoci per cambiare vita.
Ed è partendo dalla traccia che Alice Andreoli costruisce il suo racconto visivo
dalla trama incerta della nostra società, dove letture diverse e soggettive si
intersecano creando la rete della comunità contemporanea. Figure apparentemente
stabili in contesti instabile che camminano su piani ambigui e poco rassicuranti
facendoci scontrare con atmosfere caotiche e patinate.
Alice indaga l'ambiente underground, "cercando segni distintivi nella
trasgressione" come lei stessa spiega, "soggetti tormentati" di forte impatto
che "denunciano una fragilità interiore dietro questa apparente aggressività
estetica. " È la nuova generazione che spicca nelle sue opere, quei giovani a
cavallo tra i venti e i trenta che vivono la condizione di perdita d'identità in
un mondo fatto di immagine e look. Con la pittura ci racconta la condizione
interiore del nostro quotidiano, delle esperienze che ci provano, della
sopravvivenza che ci attraversa, con il suo pungente pennello sferra battaglie
esistenziali ponendoci di fronte ad un racconto che spesso è anche il suo. Si,
perché Andreoli è i suoi quadri, è l'anima raschiante dalla voce profonda che
vuole lanciarci un grido, un urlo lancinante e intenso che brama di essere
udito.
I personaggi delle sue storie siamo noi, con sfondi paesaggistici sgocciolanti
di colore, con lacrime sanguinanti dai toni cromatici che spaziano dalle
tonalità dei grigi ai blu o ai rossi, con fori nell'anima che chiede di
ricongiungersi con la propria pelle. Merleau-Ponty disse: "Nel fondo
immemorabile del visibile qualcosa si è mosso, si è acceso, invade il suo corpo
e tutto ciò che ella dipinge è una risposta a questa sollecitazione, la sua mano
non è che lo strumento di una lontana volontà" allora Alice Andreoli con le sue
opere lotta consapevolmente per ottenere l'attenzione del nostro sguardo,
dipinge rispondendo al richiamo, alla sollecitazione e alla sfida che proviene
dal mondo del visibile intorno a noi.
Simona Gavioli